Sa notte ‘e xena, il Natale in Sardegna

La vigilia di Natale, “Sa notte ‘e xena “, in Sardegna è sentita più del Natale stesso. Chiamato “Sa Paschixedda”, in contrapposizione con “Sa Pasca Manna”, la Pasqua di Resurrezione, il Natale era tradizionalmente il giorno in cui si riuniva tutta la famiglia attorno al focolare, per concedersi un po’ di calore umano. Era usanza per l’occasione, imbiancare le pareti del camino, in cui doveva ardere fino al giorno dell’Epfania “Su truncu e’xena“, un tronco tanto grande da dover riscaldare la casa per tanti giorni e da tenere sempre acceso come buon auspicio per la famiglia. Sfogliando tra le pagine ancestrali di paesi anche molto lontani dal nostro, il tronco veniva acceso per dare forza al sole nelle notti in cui  faceva più fatica a splendere. Era il solstizio d’inverno data in cui in moltissimi popoli, si perpetuavano riti molto simili ai nostri. Il 25 dicembre è sempre stato il giorno in cui il sole riprende a crescere gradualmente fino al solstizio d’estate. E così, guardando al passato, la notte di Natale era una notte magica, in cui bisognava rigorosamente partecipare  a “sa Miss’e Pudda” verosimilmente introdotta dai catalani che celebravano la “Missa del Gall” (la messa del primo canto del gallo). Era una messa speciale in cui le donne in gravidanza partecipavano affinché la gravidanza potesse giungere a termine, mentre i bambini nati a ridosso della mezzanotte erano immuni da malattie, e durante la vita non avrebbero perso ne denti, ne capelli oltre ad essere più longevi.

La Notte di Natale in certi paesi veniva e viene anche chiamata ” Sa notti de is sette cenas“, La notte delle sette cene, provate ad immaginare perché! Per le famiglie più povere invece esisteva “sa mandada“un offerta a base di cibo: salsiccia, formaggio e dolci. Era importante che tutta la comunità potesse festeggiare degnamente.

Non esiste un menù univoco in tutta la regione, questo è legato alla geografia dei luoghi in cui si festeggia. Infatti dove prevale una cultura marinara, sulla costa, il menù è a base di pesce, con insalata di polpo, burrida (gattuccio immerso in una salsa agrodolce di noci), o pesce a “scabecciu”(pesce fritto e poi immerso in una salsa agrodolce a base di pomodoro e aceto, aromatizzata con alloro). Nei paesi dell’interno predominano le carni di agnello, capretto e maiale, cucinato arrosto o in umido. Anche i dolci assumono una veste speciale, infatti vengono arricchiti di ricami preziosi e foglie d’oro, pur conservando gli ingredienti semplici come miele, mandorle e uva secca tipici di tutti i dolci sardi.

Rigoroso a fine cena, nell’attesa della mezzanotte, ascoltare le storie degli anziani e giocare a “su barrlliccu” con una trottola a quattro facce con incise in ognuna le lettere T, P, N e M (Tottu, Poni, Mesu e Nudda ). Sul piatto c’erano noci, mandorle e nocciole, e il giocatore aveva diritto a prendere tutto il suo contenuto o metà nel caso la lettera fosse T o M. Con N non prendeva niente, mentre se usciva la P doveva mettere sul piatto tutto il suo gruzzolo di frutta secca. Ancora nelle tavole sarde i bambini giocano con i propri nonni in questo modo, testimoni di riti e usanze che si tramandano dai tempi più antichi.

Ringraziamo per la foto @antonellafancello, e vi invitiamo capire di cosa si tratta!